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4 MOSTRE DA NON PERDERE A GIUGNO IN ITALIA, OPERE E CORNICI STRAORDINARIE


Vi presentiamo una selezione di 4 mostre da non perdere in Italia nel mese di giugno. Iniziamo dal nord estremo, Trento, dove la Galleria Civica dedica alle sculture del legno della ormai affermata scuola ladina. Segue la nuova mostra di Steve McCurry nella magnifica ed esclusiva cornice di Forte Bard, scendendo l'Italia arriviamo a Parma, nel magnifico Labirinto della Masone che ospita le magie di colori di Carlo Mattioli. Ed in fine, a Monza lo spazio Montrasio Arte di Monza ospita Jago, il giovane scultore autodidatta che voleva essere Michelangelo ed ha fatto della scultura un elemento virale.


Legno | Lën | Holz Un itinerario nella scultura contemporanea Galleria Civica Trento 02 GIUGNO 2017 / 17 SETTEMBRE 2017

Bruno Walpoth, Mateo, 2011

E la tradizione secolare della scultura lignea ne rappresenta il ponte con la scena artistica internazionale. Dal tempi del medioevo, con le celebri madonne romaniche, al barocco, con i fastosi altari policromi, ai nostri giorni, con gli immaginifici ibridi umanoidi e le altre chimere dell’odierna società, sospesa com’è tra scienza e fantascienza.

Aron Demetz, "W.T." (dettaglio), legno e resina di pino, 2012, Courtesy Galleria Doris Ghetta – Ortisei

Sì. È proprio così. Nelle valli delle Dolomiti, dove abbonda il legno, accanto all’artigianato artistico (quello, per intenderci, dei presepi e degli altri manufatti folcloristici che molti avranno in casa), negli ultimi trent’anni si è registrata un’inaspettata evoluzione. Protagonisti di questo upgrade sono alcuni artisti attivi in quest’area culturale. Una voce minoritaria, certamente, ma autorevole nell’ecosistema dell’arte contemporanea italiana ed europea, capace di riscuotere crescente interesse e attenzione da parte della critica, dei musei e del collezionismo, sia pubblico sia privato. E, aggiungo, da parte di un pubblico di giovani e giovanissimi. Proprio la generazione dei millennials, quella che ha in una mano lo smartphone e nell’altra il visore per la realtà aumentata. E che predilige spesso proprio quegli artisti che coniugano tecniche antiche, abilità manuali e iconografie attuali. Anzi avveniristiche.

Willy Verginer (dettaglio)

Ma è il momento di fare qualche nome: Livio Conta, Giorgio Conta, Fabiano de Martin Topranin, Aron Demetz, Gehard Demetz, Peter Demetz, Arnold Holzknecht, Walter Moroder, Hermann Josef Runggaldier, Andreas Senoner, Peter Senoner, Matthias Sieff, Adolf Vallazza, Willy Verginer e Bruno Walpoth. Sono tutti maestri ladini dell’arte dell’intaglio, protagonisti della mostra "Legno. Un itinerario nella scultura contemporanea” che si inaugura oggi alla Galleria Civica di Trento, da oltre tre anni annessa al Mart di Trento e Rovereto. Il percorso espositivo propone una selezione di circa 40 tra loro sculture e installazioni, tutte incentrate sulla ricerca sul corpo, tra rappresentazioni in scala 1:1 drammatiche o spiritose, con ritratti realistici, corpi alieni, totem divini, simulacri dagli echi "cosplayer”. Insomma, un’interpretazione dell’attuale specie umana che avrebbe fatto impallidire in un colpo sia Darwin che Freud.


Galleria Civica Trento

02 GIUGNO 2017 / 17 SETTEMBRE 2017

Via Belenzani 44 38122 Trento

T. +39 0461 985511 - civica@mart.tn.it - www.mart.trento.it


STEVE McCURRY - MOUNTAIN MAN

Forte di Bard

28 maggio - 26 novembre 2017

Qual è la molla del meccanismo mediatico che trasforma una fotografia in icona? Un’immagine laica in "sacra”? È certamente l’emozione che riesce a produrre, non le sue qualità formali. Un’emozione a rilascio prolungato, con effetti permanenti, nell’immaginario individuale come in quello collettivo. Che non si sfibra nel tempo. Anzi, che tende a rinvigorirsi. Giorno dopo giorno.Lo sa bene il grande fotografo contemporaneo statunitense Steve McCurry, autore di uno degli scatti divenuto icona del cosiddetto "secolo breve”.

Classe 1950. Infanzia in un sobborgo di Philadelphia, in Pennsylvania. Studi alla Pennsylvania State University. Alcuni anni di attività come fotografo freelance, quindi il primo di una lunga serie di viaggi in India. Dopo diversi mesi si trova ad attraversare il confine con il Pakistan. In questa occasione incontra un gruppo di rifugiati provenienti dall’Afghanistan che lo aiuta a passare illegalmente la frontiera del loro Paese, proprio mentre, a causa dell’invasione sovietica, veniva interdetto ai giornalisti occidentali. Con sé ha soltanto le sue macchine fotografiche, un coltellino e qualche pacchetto di noccioline. McCurry scatta le prime immagini del conflitto in Afghanistan. Pubblicate, poi, sulle testate di tutto il mondo, rivelando il volto umano di una guerra. Fino a quella foto così potente da diventare icona. Ed entrare nella storia. È il 1984. Lei ha 12 anni ed è appena fuggita dall’Afghanistan verso il Pakistan. Il viso enigmatico, circondato da un velo rosso, gli occhi verdi spiritati e penetranti. Un anno dopo è sulla copertina del National Geographic. Ormai, agli occhi del mondo, l’emblema di un Paese intero. Con il nome di "La ragazza afgana”.

Da allora McCurry ha continuato a scattare immagini sorprendenti in ogni angolo della terra, immortalando zone teatro di conflitti, testimonianze di culture che stanno scomparendo, tradizioni antiche e usanze moderne, con quello sguardo sempre attento all’elemento umano. Come nel caso del suo nuovo progetto espositivo dal titolo "Mountain Men” che si inaugura oggi in Valle d’Aosta, al Forte di Bard. Una selezione di paesaggi, ritratti e scene di vita quotidiana che indaga il continuo e necessario processo di adattamento delle popolazioni al territorio montano. Il percorso della mostra è incardinato su 77 immagini raccolte da McCurry nel corso dei suoi viaggi: Afghanistan, Pakistan, India, Tibet, Nepal, Brasile, Etiopia, Myanmar, Filippine, Marocco, Kashmir, Slovenia e Yemen. Compresa la campagna fotografica condotta in tre periodi di scouting e shooting, tra il 2015 e il 2016, in Valle d’Aosta. Perché il nuovo scatto/icona è sempre dietro l’angolo. Nel luogo e nel tempo più inaspettato


Associazione Forte di Bard

11020 Bard - Valle d'Aosta

28 maggio - 26 novembre 2017

Info: Tel. +39-0125-83.38.11 - www.fortedibard.it


CARLO MATTIOLI

Labirinto della Masone

Dal 27 maggio al 24 settembre 2017

Il più famoso labirinto della storia è, certamente, quello di Cnosso, a Creta, percorso da Teseo che, dopo aver ucciso il Minotauro, ne uscì grazie al leggendario filo offertogli da Arianna. Ma al di là dei suggestivi racconti della mitologia greca, il labirinto è la rappresentazione grafica più efficace di un percorso a ostacoli, il cui traguardo finale è riservato soltanto a coloro che hanno la capacità di superarne gli intrichi e gli inganni di cui è disseminato. Alla "Maze Runner”, per gli amanti delle recenti pellicole di fantascienza. Non tutti sanno, forse, che il più grande labirinto esistente, composto interamente di piante di bambù (in totale sono circa 200 mila), alte tra i 30 centimetri e i 15 metri, si trova in Italia. Esattamente a Fontanellato, un borgo ricco di storia in provincia di Parma. Il suo nome è Labirinto della Masone, nato da un’idea del noto editore, designer e bibliofilo Franco Maria Ricci, e da una promessa da lui fatta nel 1977 allo scrittore argentino Jorge Luis Borges, affascinato da sempre dal simbolo del labirinto, visto anche come metafora della condizione umana.

In questo Eden della natura sorge pure il museo con la collezione di Franco Maria Ricci, che comprende oltre 500 opere fra dipinti, sculture e oggetti d’arte, dal XVI al XX secolo, da Bernini a Fontana. E, da oggi, ospita la retrospettiva di Carlo Mattioli, uno dei grandi pittori italiani del secondo Novecento anche se, a oltre venti anni dalla morte, non gode della popolarità che merita. Un artista solitario e con la dedizione assoluta alla disciplina dell’arte, essenziale, contemplativo, ma affascinante nella sua sobrietà, con una pittura che riesce a catturare profumi, materie, atmosfere, a vagare dall’arte antica a quella contemporanea e, nel contempo, a tingersi di forti suggestioni letterarie, derivate dalla conoscenza e dalla frequentazione di poeti e letterati come Luzi, Bertolucci, Testori e Garboli. Una selezione di circa sessanta opere dell’artista emiliano, molte delle quali inedite, dal 1961 al 1993, con i dipinti più rappresentativi dei cicli che lo hanno reso noto: dagli intensi "Nudi” alle materiche "Nature morte”, dai rivisitati "Cestini del Caravaggio” ai poetici "Alberi” e ai personalissimi "Ritratti”, dai "Paesaggi” alle "Spiagge” della Versilia, fino ai "Campi di grano e papaveri”.

Ma, guardando oltre alle necessarie "etichette” classificatorie di cicli e periodi, nella mostra odierna spicca un unico grande tema, omnicomprensivo, quello della natura (anche umana), declinata nelle sue infinite varietà di cui Mattioli, come pochi, riesce a restituirne l’essenza, in una figurazione sempre sul crinale dell’astrazione, che si perde perfettamente nei meandri lussureggianti del Labirinto della Masone. Quanti dei visitatori riusciranno a trovare l’uscita dal labirinto? Delle visioni di Mattioli, si intende. Per quello di bambù basta seguire l’apposita segnaletica


Labirinto della Masone

Strada Masone 121 - 43012 Fontanellato (PR)

Telefono +39 0521 827081 - labirinto@francomariaricci.com


JAGO, APPARATO CIRCOLATORIO

Montrasio Arte - Monza

dal 25 maggio 2017 al 14 luglio 2017

Forse il nome di Jago (nickname di Jacopo Cardillo) non dice ancora molto alla generazione "offline” degli operatori del sistema arte. Ma sicuramente a quelli "online”, Millennials in testa, non è passato inosservato. Dati alla mano. In questo preciso momento su Instagram ha oltre 4.200 follower, destinati ad aumentare ancora a vista d’occhio. Sulla sua pagina Facebook sono in 136.736. Per non parlare dei suoi video, che ormai possiamo definire virali: "Habemus hominem” ha raccolto 749 mila visualizzazioni, mentre "Vivere” ha raggiunto la veneranda quota di 786 mila. Sono numeri tutt’altro che trascurabili. Che ci introducono, tuttavia, a un fenomeno molto più complesso. Nonostante la giovane età di Jago, classe 1987, e la sua geolocalizzazione decisamente "local” in quel di Anagni, vicino a Frosinone. Ci troviamo, infatti, davanti a uno scultore che plasma, penetra, piega, disvela il marmo come fosse burro. E che si riallaccia alla realtà come naturale filiazione dalla tradizione (da Cellini a Bernini, da Canova a Rodin).

Ma ogni suo riferimento al passato e ogni spunto attinto dal mondo circostante è intensamente rivissuto e personalizzato. E in questo risiede lo spirito decisamente contemporaneo impresso alle sue opere. Il suo approccio metodologico comprende un crogiuolo di linguaggi che si mescolano simultaneamente, ma non si sovrappongono, in un approdo da opera d’arte totale, con esiti da "Wunderkammer” (camera delle meraviglie). È quanto ci aspettiamo anche dai lavoro nella sua mostra personale che si è inaugurata a Milano, nelle sale della rinomata Montrasio Arte, con l’annunciato "Muscolo minerale”, in cui un cuore iperrealistico sembra prendere vita da una pietra, oppure con "Apparato circolatorio” - che dà il titolo all’intera esposizione - una grande installazione a parete di 30 cuori in ceramica ruotati sul loro asse, come a ricreare altrettanti fotogrammi del movimento di un solo battito cardiaco.

Senza tralasciare "Sphynx”, la scultura del felino-feto che si schiude dal marmo. Sempre eclatante, tuttavia, è l’opera "Habemus hominem” (2009-2016) che sarà possibile visionare nella project room della galleria milanese, trasformata per l’occasione in un ambiente mistico-teatrale. A giudicare dalla sua datazione sembrerebbe che abbia comportato a Jago una lunga gestazione. In realtà si tratta di una scultura di marmo bianco, pluripremiata ed esposta in luoghi prestigiosi, che è divenuta poi performance, installazione, infine un video virale.

Mutatis mutandis. È il caso di dirlo. Jago ha dapprima scolpito il busto di papa Benedetto XVI. Che, dopo le sue storiche dimissioni, da pontefice è tornato l’uomo Ratzinger. Attraverso la sua rinuncia, forse più un sacrificio necessario che solo gli storici dei prossimi decenni sapranno inquadrare con la necessaria oggettività. E Jago ha letteralmente spogliato il Vicario di Cristo nella pietra dei suoi paramenti, fino a denudarlo. Ripreso dall’occhio della telecamera. E poi scandito nel racconto di un video con un montaggio alla Quentin Tarantino. Ciononostante stiamo parlando della stessa opera, dal 2009 divenuta progressivamente "liquida” nei linguaggi, negli esiti estetici. Ma sempre coerente all’istanza di fondo. Quella di un’opera d’arte che faccia palpitare la vita e riflettere su di essa.


JAGO

Montrasio Arte - Monza

Via Carlo Alberto, 40

dal 25 maggio 2017 al 14 luglio 2017

Tel. +39 039 321770 - www.montrasioarte.com - montrasio@montrasioarte.com







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